Abusi BancariAbusi Bancari

L’inefficacia della clausola floor nel mutuo: la recente decisione del Collegio di Coordinamento ABF, 8 novembre 2018, n. 23294

La clausola floor

La c.d. clausola floor compare spesso nei contratti di mutuo a tasso variabile dove si struttura come una soglia minima al di sotto del quale gli interessi applicati non possono scendere anche a prescindere da una sensibile riduzione dell’indice di riferimento.
Una clausola che può essere, come è noto, considerata vessatoria per il debitore laddove non sia riportata in maniera chiara e comprensibile nel relativo contratto. 

L’attuale discesa dei tassi (addirittura in alcuni casi in negativo) ha comportato che, queste clausole, abbiano trovato ormai applicazione pressoché ovunque nei mutui in essere o perlomeno in un numero significativo facendo in modo che – malgrado i tassi molto bassi – gli interessi da corrispondere nelle rate non scendano al di sotto della percentuale inserita nella clausola floor.

La recente pronuncia del Collegio di Coordinamento

Una recentissima pronuncia del Collegio di Coordinamento, proprio partendo da una controversia insorta per una simile clausola, ha ritenuto che il verificarsi di una situazione (ad esempio, la diminuzione dell’Euribor o addirittura l’assunzione da parte dell’Euribor di un valore negativo) per la quale il meccanismo di indicizzazione porti il tasso d’interesse del mutuo ad avere il segno meno, non può comportare una corresponsione degli interessi da parte della Banca al mutuatario per la condivisibile ragione per cui il nostro legislatore (V. art. 1813 c.c.) designa il mutuo come il contratto mediante il quale una parte consegna all’altra una certa somma e la controparte si obbliga a restituire una somma di pari quantità (oltre agli interessi che siano eventualmente pattuiti). 

Non può configurarsi, secondo l’autorevole decisione in commento che, per il c.d. parametro di indicizzazione, la situazione in cui il mutuatario possa trovarsi a restituire una somma inferiore a quella mutuata. In sostanza, L’Ill.mo Collegio ha statuito che il carattere oneroso del mutuo rende non configurabile un tasso di interesse negativo: pertanto la clausola di indicizzazione del tasso può provocare l’azzeramento dello stesso ma non il suo sconfinamento in campo negativo e, conseguentemente, esso non può assumere valore negativo in alcun momento della durata del contratto.

Il vero nodo della questione 

Ma la questione più importante, oggetto di attenzione di predetta pronuncia riguarda alcuni aspetti che possono comportare l’inefficacia della clausola floor nel contratto di mutuo.

La questione, invero, era insorta perché la banca resistente, in conseguenza della situazione di mercato che ha portato l’Euribor in zona negativa, aveva unilateralmente variato le condizioni contrattuali del mutuo oggetto di contestazione, pretendendo di inserirvi sia una “clausola cap” (per la quale il tasso d’interesse non può salire oltre una certa soglia) sia la predetta clausola floor per limitare la discesa del tasso al di sotto di una certa soglia.

Il Collegio territoriale investito della questione (data la rilevanza, nonché complessità della controversia) decideva di rimettere la questione al Collegio di coordinamento.

Il Collegio di coordinamento ha ritenuto che l’inserzione unilaterale nel contratto della clausola floor, ad opera della banca mutuante, costituisce un’illegittima applicazione dello “ius variandi(legittimato dall’articolo 118 del TUB) in quanto è un comportamento che determina una sostanziale modifica del tasso contrattuale. In sostanza, è stata rigettata la tesi dell’intermediario – il quale negava di avere esercitato uno ius variandi, sostenendo per converso di aver (secondo la prospettazione di parte resistente) confermato il meccanismo di determinazione del tasso di interesse previsto dal contratto e di essersi limitato ad introdurre dei meri limiti –  ed è stato invece statuito che, l’applicazione di clausole floor e cap, non previste da idonea clausola contrattuale, comporti sostanziale modifica del tasso contrattualmente stabilito poiché esse introducono un limite non pattuito alla prevista dinamica.

Considerazioni conclusive

In base a quanto sopra menzionato e riassunto, risulta quindi ampiamente percorribile la possibilità di poter rilevare ed accertare, alla luce del non isolato caso in commento, l’inefficacia della clausola floor qualora la stessa abbia subito variazioni (ius variandi) nel corso del contratto di finanziamento.

In particolare, andrà considerato il modo in cui queste variazioni siano state effettivamente poste in essere: a maggior ragione per il semplice fatto che gli istituti di credito cercano di trasformare una loro pretesa in una proposta del consumatore per arginare i limiti che altrimenti non gli permetterebbero di modificare il contratto. Ed è proprio una siffatta impostazione che può esporre la Banca a plurime censure e responsabilità che possono essere rilevate avanti al giudicante in simili ipotesi.

Ancor più qualora il mutuatario versi in una situazione di difficoltà economica e l’Intermediario abbia consapevolezza di predetta difficoltà: in questo caso la vessatorietà si manifesterebbe in tutta la sua evidenza.

Pertanto, il risparmiatore potrebbe eccepire la nullità della clausola e pretendere, dopo il ricalcolo della somma dovuta, la restituzione di quanto indebitamente corrisposto o l’adeguamento del residuo debitorio.

Gli esperti in diritto bancario e analisi finanziaria del team di Finora Consulting attraverso un’analisi di fattibilità gratuita sono in grado di verificare la correttezza dell’operato del vostro Istituto e, grazie al proprio network di professionisti, studiare possibili azioni legali.

Condividi questo post

Autore

Giuseppe Ingletto

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *